(a Dario Villa)
Vetrioleggiavano i libici
tegumi, dismagando scardassati
sfridi, come sfatta decezione
a direzione unica e più
oleograficamente postulata;
acquari d’animo niloticamente
umidi, paronomasie in umido
fra crotali e talleri numismatici,
velenosi e chimicamente
trasformati dagli osceni
geroglifici della ruggine.
Carabi scambiati ed informi, dorati
sotto ad un chiarore: vescica-luna.
Culla inurbata dai sogni,
da solo commento braide
teratologie – sbadiglia la
mente figlia d’un calembours
o Venere Pandemia che sia.
Suona la sveglia dopo le
paturnie notturne! Mi scapicollo
alla vigilia di Natale come un
salame dolce e fioccano i
regali a strafalcioni lessicali.
II
Dal vitreo grandangolo oculare,
o protuberanza visiva, guardo
qusta vita che decora i sassi,
fa di pozzanghere piscine.
E il più declinato gesto si
slabbra se dai dilaccati rizomi
bramisco dietro ad un disco anzi cd.
Avvilisco l’orecchio ch’era vispo
mentre s’inzaccheravano
le mie meravigliose chiglie!
Da un grog orningo o branca
brachiologica onesto spio
un’adunghiata vecchia verberare
slavati colori dilatati, tegumenti
di vecchi dolori spaiati,
minzioni di fuochi artificiali:
centinaia di fiori siderali!
III
Il grumo che fu sublime
raschia la pelle nella traiettoria
dolosa dei blocchi di luce
che s’appiccano, sbattuti per
le strade dai vetri roventi
d’una disforica Estate,
tolla come una corolla di
specchi ustori ed immorali.
Guarda le navi, scogli
Scolpiti dal sole, fare forti
rumori di sarcasmo nasale!
Non era male quell’amore…
non fosse stato per la frigidità
del mio cuore, incapsulato da
un armatore, devitalizzato dal
dolore…come un cardiaco
movimento a volte lento o
accelerato dal calore: o dal
suo umorismo respiratorio.
Colmo col sangue il calamaio
di von Chamisso: una commozione
pingue si tinge dopo il pallore
scotta-dito; pallore tradito
sottratto al più becero tatto.
IV
Tutto sommato ho fatto
di tutto per saperti felice,
per darti quello che non si dice!
Giugno 2002 / Ottobre 2003